Roberto Mosi, Florentia, Firenze, Gazebo 2008
Si può amare la propria città come si ama una donna? E la si può amare con un affetto che la quotidianità accresce attraverso continue stupite scoperte? Roberto Mosi risponde affermativamente in questa raccolta tutta dedicata a Firenze, senza dubbio uno dei luoghi più incantevoli del pianeta. Ed egli non lo nasconde, anzi nella prefazione invita il lettore a partecipare di questo entusiasmo, a seguirlo in un itinerario poetico finalizzato a far scoprire quel fascino spesso sconosciuto al turista distratto e impegnato in tempi brevi ad immagazzinare immagini e ricordi. La poesia, invece, invoca i tempi lunghi, quelli della contemplazione, della sospensione stupita del divenire, quella del legame sentimentale, non dell’emozione: «Le Giubbe Rosse sono sbarrate, / i poeti scomparsi. / La musica è delle sirene, / i versi le urla degli operai» (Piazza della Repubblica) (G. L.).
Antonio Sorrentino, Isole e relitti, Napoli, Intra Moenia 2009
«Nessun uomo è un’isola» recita un famoso adagio e Antonio Sorrentino costruisce una mappa per la ricerca del tesoro: il superamento della solitudine. Il viaggio parte dall’adolescenza, quando inizia il desiderio di scoprire il mondo, e si snoda oltre la direzione autoreferenziale (pregio non indifferente) per collocarsi su un versante storico-narrativo, dove si intravede tutta la drammaticità dell’impresa: ««Fu giullare / poi serioso burocrate / si perse / nella catena degli anni / perse la chiave / per aprire non si sa quale forziere, / bruciò tutti i libri non letti / e attese / l’accadimento». Non è sempre facile approdare alle isole altrui, molti relitti rivelano le disgrazie dei naufragi (G. L.).
Pasquale Martiniello, le cavallette, Napoli, Ferraro 2009
«Ribellati terra mia con un rigurgito sismico / e sepoltura generale spezzando la fitta rete / di catene bianche e rosse di questa / micidiale gramigna che ti possiede e soffoca». Le poesie di Pasquale Martiniello a buon diritto potrebbero essere assimilate alla satira latina e, in particolare, a quella di Giovenale per lo robustezza del verso, per la passione politica e per l’amore per la virtù. Egli riprende il grido di Scotellaro e dei grandi autori meridionali, coscienza di una condizione difficile da mutare, coscienza di inefficienze e di incapacità della classe dirigenziale. Ma accanto a tale tematica, troviamo l’indagine sulla realtà, in cui il verum coincide con il quotidiano, ossia quella di personaggi che nulla posseggono di eccezionale e di straordinario secondo i consueti parametri massmediali, ma che incarnano una tipologia umana viva ed operante nel segreto di un paese che non trova ancora la forza per un balzo di carattere morale (G. L.).
Rita Neri, Io non ti comando, ennepilibri 2008
«Poesie in notes» n. 77 viene rubricata la racconta di Rita Neri, quasi un diario cui affidare gli stati d’animo transeunti, per vincere la forza distruttrice del tempo. Ne derivano quadretti di arcana bellezza, nei quali il fatto particolare viene trasfigurato in un sentimento: «Simile all’ala di un uccello / Che dolcemente riposa al fianco, / Tanto amo posar il polso snello, / La mano stanca, sul petto tuo bianco». Una straordinaria musicalità tra rime e ritmi sorregge l’immagine lasciando nel lettore un’indefinita nostalgia di pace e di serenità (G. L.).
Fabio Todeschini, Un fulmine attraversa il cerchio, sip, Roma 2008
Le settantasei composizioni, alcune in prosa ritmica, rivelano una vena poetica giocata su diversi registri: il primo prettamente metaforico, che talvolta sconfina nel fiabesco; il secondo filosofico con risultati gnomici e il terzo diaristico, mediante il quale il poeta annota alcuni avvenimenti della vita come tappe di un percorso interno verso un tipo di conoscenza profonda, quasi un “seconda navigazione” platonica: «Vagabondai a lungo nel retto del pianeta / cercando l’energia della fonte prima, / l’ultimo getto che il corpo disseta / e la quinta sostanza della mia rima». Il testo citato testimonia anche il sicuro possesso degli strumenti versificatori (G. L.).
Nicolino Longo, Ablativo assoluto, Bari, Giuseppe Laterza 2008
La raccolta di poesie di Nicolino Longo è corredata da giudizi critici, da un’ampia presentazione e da una dichiarazione di poetica mediante la quale chiarisce il proprio modo di scrivere poesia. E, infatti, la pubblicazione presenta volti eterogenei, frutto di una mescolanza di registri, di tematiche e di stili, ereditati dal secolo scorso. I giochi di parole si alternano alle battute, alle allitterazioni, ai calligrammi in una sequela che affida alla poesia il compito di sciogliere il lettore dalla realtà. Il titolo stesso ne indica il percorso da parte di chi si allontana («ablativo») in modo definitivo («assoluto»): «I figli sono come le foglie / i fogli i veri figli» (G. L.).
Emilio Paolo Taormina, Nidi, Palermo, L’arciere del dissenso 2008
In edizione sobria, la silloge si presenta come un carmen continuum: i versi sono quasi sempre raggruppati in strofe di una misura inferiore al dieci. Si tratta di brevi annotazioni suggerite da una situazione contingente oppure da una riflessione: «nella poesia / come sulla rena / bagnata / restano / le impronte / dei giorni». I paesaggi sono ritratti con una pennellata di denso colore: «attraversando / un campo / di papaveri / il disco / trasparente / della luna». Qualche nota di carattere religioso («forse da lassù / dio / dirige / la grande orchestra / dell’universo / nel pulviscolo / anch’io / vorrei / fare sentire / il mio assolo») lascia intravedere la percezione di una solitudine acuita dalla percezione del fluire del tempo («passano i giorni / svoltano l’angolo / anonimi»): si avverte in tutta la raccolta l’assenza dell’uomo (Giuliano Ladolfi).