Fernando Banchini, Nel tempo, Ro Ferrarese, Book 2008
Ho già trovato altre occasioni per soffermarmi sulla poesia di Fernando Banchini, il quale non manca mai di inviarmi le sue pubblicazioni poetiche. Con lui si è instaurato, per così dire, un dialogo a distanza mediante uno scambio tra versi e annotazioni critiche. Per questo motivo, prendere in mano la sua ultima raccolta equivale a rincontrare una persona amica che desidera confidarsi. Rivedo, infatti, in essa la segreta vena malinconica che irrora le radici della sua ispirazione, spesso trattenuta e lasciata filtrare quasi inconsapevolmente; rivedo il paesaggio di una Roma carica di allegorie segnate sui frontoni dei palazzi o nella solitudine delle periferie; rivedo soprattutto l’azione del “tempo”, che a mano a mano che i libri pubblicati vengono superati da altri, relega nel ricordo sensazioni, persone e luoghi: «Restare volevano. Tanto / Ma sono dovuti partire. / Un poco, dicevano, solo / per un poco ancora arrestare / il tempo che viscido sfugge / alla nostra debole presa, / ancora per poco serbare / un bruscolo appena dei sensi». Ma, al fondo di ogni sentimento di malinconia, trionfa la certezza del valore della poesia: «Racchiuso il tutto in un ritmo di sillabe / leggere, armonioso: / oh possederti alfine, / Bellezza, casta sovrana del mondo» (Giuliano Ladolfi).
