Anna Maria Volpini, Trittico (inedito)
di Giuliano Ladolfi
La poesia è il mezzo più consueto per descrivere i sentimenti al punto che decine di milioni di persone in tutto il mondo tracciano versi. Ad alcuni pare addirittura naturale prendere in mano una penna e “scaricare” su quel foglio bianco la sofferenza, la gioia, la malinconia e le parole, inframmezzate dagli spazi, assumono, quasi per magia, significati, profondità e risonanze, note solo all’autore, perché capaci di riproporre echi sepolti nell’inconscio e abbandonati nel passato. Oggi qualcuno affida la descrizione del proprio mondo interiore ad una canzone, ma la differenza è abissale: nel caso della musica attribuiamo a produzione altrui valenze personali, nella poesia la creazione è completamente nostra e, come tale, “vale” quanto il momento ritratto.
Quando le parole si fissano sul foglio, ci escono pregne di un’“aura” in cui siamo immersi e poi a poco a poco la sua dissolvenza lascia un’immagine unicamente personalizzata che sa suscitare sentimenti solo in noi. Spesso ci accorgiamo dell’indescrivibile distanza tra i nostri propositi e la debolezza del risultato. Certo, siamo consapevoli che mai nessun vocabolo si espande fino a “comprendere” la vastità del nostro mondo interiore; eppure ci sono poesie che trovano quello “stato di grazia” che conserva il barlume della nostra esperienza. «Il cuore che soffre e la mente che crea» sosteneva T. S. Eliot e, quando una delle due componenti prende il sopravvento, il risultato non convince.
Invece, il Trittico di Anna Maria Volpini colpisce il lettore proprio perché la poetessa è riuscita a “dare forma” ad una straziante esperienza di dolore: la malattia e la morte del marito. Essa ha individuato una serie di immagini, condotte con pertinenza e coerenza, attraverso le quali “ri-velare” il mondo interiore senza incorrere in sbavature sentimentali né a “sfoghi” incontrollati. Per lei la scrittura poetica riprende non la cronaca, ma le ripercussioni che questa produce. Da tale impostazione deriva una poesia sorretta da un profondo senso di dignità stilistica e formale, che si traduce in “epifanie” e metafore che, dilatando il senso delle parole, sanno condurre il lettore all’interno della problematica: gli echi di un’anima non possono lasciare indifferenti (Giuliano Ladolfi).
la battaglia il dolore la morte
dedicato a Mauro
17 marzo 2009
vestiti di rosso i soldatini
stanno nella trincea
muti si ammassano condotti
alla battaglia in attesa
e il nemico è là nella cortina
bianca tra le nuvole e l’alba
bianca come la neve in cima
alle pendici che avanza
nella lotta impari e procede
prima dell’urto tra la notte e il sole
vestiti di rosso i soldatini
aprono le bocche al respiro
della terra come ferrigni fiori
e le chiudono nell’eco dei rosari
per recitare dalla parte dei buoni
l’avemaria della sera
e si serrano nella trincea
e si perde il loro sguardo
dentro gli occhi dei nemici:
non verrà la primavera
è sempre inverno nelle vene
bianche nelle lontane
e genuflesse tane e l’inverno
davvero non perdona
le primule quelle
che hanno osato fiorire
vestiti di rosso i soldatini
si affossano nella trincea
spostano gli occhi insonni
come branchi di lupi si chiamano
per nome vedono la sete
del mattino che non disseta
finchè stanchi i soldati
si addormentano con gli echi
degli scoppi ancora
vivi nella carne viva e dormono
leggeri tutti bianchi
ora che di carta hanno le ali
IL FLAUTO
Chiuso in un cofano
d’ebano il flauto
suonerà col suo languore
le note blu, le note della vita
iniziate e finite quasi per gioco
le note della libertà
le misteriose notizie
della lontananza, sovrumane
meraviglie delle vittorie
nelle battaglie senza speranza.
Insegnerà a notare differenze
l’ammanco dei bilanci, il morso
dello sgomento, il peso
della fantasia, le verticali
risposte nascoste nelle vene
il concerto delle favole, le novelle
dello stento, le sole vere
dentro arcobaleni tutti
dipinti con le armi letali
delle nuvole.
Insegnerà a ri-chiedere il poco
il molto lo lascerà agli altri
lo ignorerà per ignoranza
estrema, per estremo timore
insegnerà a rompere e ri-comporre
un discorso lasciato a metà
per paura per fretta per delicato
scivolamento di corrispondenze
di lanci di ribaltamenti.
Insegnerà che la vita è quello
smarrirsi e questo ri-trovare
quello sconcerto e questa ridondanza e
sarà tutto breve, sarà il passaggio
più simile alla fine mentre la mano
punta il punto centrale e si chiude
in cerchio mentre il compasso
si piega scivola si inclina e si incurva
sopra un velo d’oro ch’è bello
e un male nero.
Per lui è programmato
un brillio di zampilli
quando il respiro,basso
sgorgheràdalla sua gola e tremerà
prima di tornare chiuso
in un cofano d’ebano.
LA SIGNORA
indossa sempre la stessa veste nera
lei che non ignora i segni della linfa
e con la lingua la consistenza del nucleo
non tocca ancora ma rimane al margine
per riconoscere con netto anticipo
le perdite e passare dal cinguettio
del passero al silenzio d'abbandono
se non ritiene più prezioso
l’alfabeto del comunicare
indossa sempre la stessa veste
lei che leva instancabile le braccia
lei che nel suo foglio traccia solo
minacciosi segnali e non sospende
l’instancabile lavoro della lima né
si discosta dalla sua certa meta
lei che mai si rassegna ma parte
con tutto il suo bagaglio come treno
indossa sempre la veste nera
e mostra aguzzi denti la signora
quando spezza i nostri pensieri
come vetro e li trasporta nella sua
miseria: poi ci avvolge dentro
flussi impropri fino a farci tornare
alle origini dove si crucifigge il verbo
sopra un legno leggero di ciliegio
Firenze 17 marzo 2009
Note biobibliografiche
Anna Maria Volpini è nata a S. Miniato (Pi). Laureatasi al Magistero di Firenze, ha insegnato per quarant’anni nelle scuole elementari di questa città, dove vive.
Alcune sue poesie sono state pubblicate sulla rivista «Semicerchio», «Capoverso» e sul Segreto delle fragole: agenda di poesia, Como, Lietocollelibri, 2000 e 2001.
Insieme a Maria Patrizia Renieri, ha raccolto e documentato i ricordi sulla scuola e sulla vita degli abitanti di Gambassi Terme (Fi) nel volume Vecchia scuola elementare, addio…! Quasi un secolo di scuola paesana - Gambassi Terme 1910-2002, Italgraf, Certaldo (FI), 2003.
Ha pubblicato sue raccolte di testi nelle antologie poetiche: pulvis, coperta materna, Firenze, Gazebo, 2004; Scrivere x scriversi, Signa (FI), Masso delle Fate 2006; Poesie italiane, Roma, Aletti e Sotto la lente. Antologia di scrittori fiorentini, Roma. Perrone.
Nel 2007 ha pubblicato la sua prima personale raccolta 101 SMS d’amore e d’odio, Novi Ligure (Al), Edizioni Joker.
Attualmente collabora ai progetti di Scrittura creativa della scuola elementare “J. Salviati” di Firenze.
