sabato, 20 giugno 2009

VOCI / ANNA MARIA VOLPINI - TRITTICO

Anna Maria Volpini, Trittico (inedito)

di Giuliano Ladolfi


La poesia è il mezzo più consueto per descrivere i sentimenti al punto che decine di milioni di persone in tutto il mondo tracciano versi. Ad alcuni pare addirittura naturale prendere in mano una penna e “scaricare” su quel foglio bianco la sofferenza, la gioia, la malinconia e le parole, inframmezzate dagli spazi, assumono, quasi per magia, significati, profondità e risonanze, note solo all’autore, perché capaci di riproporre echi sepolti nell’inconscio e abbandonati nel passato. Oggi qualcuno affida la descrizione del proprio mondo interiore ad una canzone, ma la differenza è abissale: nel caso della musica attribuiamo a produzione altrui valenze personali, nella poesia la creazione è completamente nostra e, come tale, “vale” quanto il momento ritratto.

Quando le parole si fissano sul foglio, ci escono pregne di un’“aura” in cui siamo immersi e poi a poco a poco la sua dissolvenza lascia un’immagine unicamente personalizzata che sa suscitare sentimenti solo in noi. Spesso ci accorgiamo dell’indescrivibile distanza tra i nostri propositi e la debolezza del risultato. Certo, siamo consapevoli che mai nessun vocabolo si espande fino a “comprendere” la vastità del nostro mondo interiore; eppure ci sono poesie che trovano quello “stato di grazia” che conserva il barlume della nostra esperienza. «Il cuore che soffre e la mente che crea» sosteneva T. S. Eliot e, quando una delle due componenti prende il sopravvento, il risultato non convince.



Invece, il Trittico di Anna Maria Volpini colpisce il lettore proprio perché la poetessa è riuscita a “dare forma” ad una straziante esperienza di dolore: la malattia e la morte del marito. Essa ha individuato una serie di immagini, condotte con pertinenza e coerenza, attraverso le quali “ri-velare” il mondo interiore senza incorrere in sbavature sentimentali né a “sfoghi” incontrollati. Per lei la scrittura poetica riprende non la cronaca, ma le ripercussioni che questa produce. Da tale impostazione deriva una poesia sorretta da un profondo senso di dignità stilistica e formale, che si traduce in “epifanie” e metafore che, dilatando il senso delle parole, sanno condurre il lettore all’interno della problematica: gli echi di un’anima non possono lasciare indifferenti (Giuliano Ladolfi).





la battaglia il dolore la morte



dedicato a Mauro


17 marzo 2009



SOLDATI



vestiti di rosso i soldatini

stanno nella trincea

muti si ammassano condotti

alla battaglia in attesa

e il nemico è là nella cortina

bianca tra le nuvole e l’alba

bianca come la neve in cima

alle pendici che avanza

nella lotta impari e procede

prima dell’urto tra la notte e il sole


vestiti di rosso i soldatini

aprono le bocche al respiro

della terra come ferrigni fiori

e le chiudono nell’eco dei rosari

per recitare dalla parte dei buoni

l’avemaria della sera

e si serrano nella trincea

e si perde il loro sguardo

dentro gli occhi dei nemici:

non verrà la primavera

è sempre inverno nelle vene

bianche nelle lontane

e genuflesse tane e l’inverno

davvero non perdona

le primule quelle

che hanno osato fiorire


vestiti di rosso i soldatini

si affossano nella trincea

spostano gli occhi insonni

come branchi di lupi si chiamano

per nome vedono la sete

del mattino che non disseta

finchè stanchi i soldati

si addormentano con gli echi

degli scoppi ancora

vivi nella carne viva e dormono

leggeri tutti bianchi

ora che di carta hanno le ali






IL FLAUTO



Chiuso in un cofano

d’ebano il flauto

suonerà col suo languore

le note blu, le note della vita

iniziate e finite quasi per gioco

le note della libertà

le misteriose notizie

della lontananza, sovrumane

meraviglie delle vittorie

nelle battaglie senza speranza.

Insegnerà a notare differenze

l’ammanco dei bilanci, il morso

dello sgomento, il peso

della fantasia, le verticali

risposte nascoste nelle vene

il concerto delle favole, le novelle

dello stento, le sole vere

dentro arcobaleni tutti

dipinti con le armi letali

delle nuvole.

Insegnerà a ri-chiedere il poco

il molto lo lascerà agli altri

lo ignorerà per ignoranza

estrema, per estremo timore

insegnerà a rompere e ri-comporre

un discorso lasciato a metà

per paura per fretta per delicato

scivolamento di corrispondenze

di lanci di ribaltamenti.

Insegnerà che la vita è quello

smarrirsi e questo ri-trovare

quello sconcerto e questa ridondanza e

sarà tutto breve, sarà il passaggio

più simile alla fine mentre la mano

punta il punto centrale e si chiude

in cerchio mentre il compasso

si piega scivola si inclina e si incurva

sopra un velo d’oro ch’è bello

e un male nero.

Per lui è programmato

un brillio di zampilli

quando il respiro,basso

sgorgheràdalla sua gola e tremerà

prima di tornare chiuso

in un cofano d’ebano.








LA SIGNORA


indossa sempre la stessa veste nera

lei che non ignora i segni della linfa 

e con la lingua la consistenza del nucleo

non tocca ancora ma rimane al margine

per riconoscere con netto anticipo

le perdite e passare dal cinguettio

del passero al silenzio d'abbandono

se non ritiene più prezioso

l’alfabeto del comunicare

 

indossa sempre la stessa veste

lei che leva instancabile le braccia

lei che nel suo foglio traccia solo

minacciosi segnali e non sospende

l’instancabile lavoro della lima né

si discosta dalla sua certa meta

lei che mai si rassegna ma parte

con tutto il suo bagaglio come treno

 

indossa sempre la veste nera

e mostra aguzzi denti la signora

quando spezza i nostri pensieri

come vetro e li trasporta nella sua

miseria: poi ci avvolge dentro

flussi impropri fino a farci tornare

alle origini dove si crucifigge il verbo

sopra un legno leggero di ciliegio

 


Firenze 17 marzo 2009



Note biobibliografiche

Anna Maria Volpini è nata a S. Miniato (Pi). Laureatasi al Magistero di Firenze, ha insegnato per quarant’anni nelle scuole elementari di questa città, dove vive.

Alcune sue poesie sono state pubblicate sulla rivista «Semicerchio», «Capoverso» e sul Segreto delle fragole: agenda di poesia, Como, Lietocollelibri, 2000 e 2001.

Insieme a Maria Patrizia Renieri, ha raccolto e documentato i ricordi sulla scuola e sulla vita degli abitanti di Gambassi Terme (Fi) nel volume Vecchia scuola elementare, addio…! Quasi un secolo di scuola paesana - Gambassi Terme 1910-2002, Italgraf, Certaldo (FI), 2003.

Ha pubblicato sue raccolte di testi nelle antologie poetiche: pulvis, coperta materna, Firenze, Gazebo, 2004; Scrivere x scriversi, Signa (FI), Masso delle Fate 2006; Poesie italiane, Roma, Aletti e Sotto la lente. Antologia di scrittori fiorentini, Roma. Perrone.

Nel 2007 ha pubblicato la sua prima personale raccolta 101 SMS d’amore e d’odio, Novi Ligure (Al), Edizioni Joker.

Attualmente collabora ai progetti di Scrittura creativa della scuola elementare “J. Salviati” di Firenze.



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