Alessandro Di Franco, Latte di mandorla, Pescara, Tracce 2007
La vena più convincente della poesia di Alessandro Di Franco si trova nella “festa dell’intelletto” di cui parla Paul Valéry e che si traduce nella felicità mentale del comporre. La visione del mondo non viene ritratta, viene ricreata nei versi, ridipinta, rimusicata, ricomposta, riritmata in un’armonia consonante con la percezione dell’autore: «Ed ecco primavera! / In punta di piedi / balla sui petali dei primi fiori / e canta felice a squarciagola / la magia dei rossi dei blu e dei viola / la tavolozza squilla / la terra vibra / è primavera!». A volte si tratta di un semplice tratteggio, a volte la pennellata si imbeve di molteplici colori, a volte fa capolino un velo di tristezza: «Papaveri di maggio / piccole gocce di sangue / stese / sul cangiante sudario / della bruna terra» (Giuliano Ladolfi).
Alberto Cappi, Il modello del Mondo, Genova-Milano, Marietti 2008
«Alberto Cappi è da sempre legato ad un laboriosa esperienza della poesia come “scrittura”. […] Pochi come lui in Italia hanno viaggiato nell’esperienza dello scrivere, anche attraverso i territori del lavoro sui testi altrui, con traduzioni, scelte antologiche ed esercizio critico» scrive in quarta di copertina Davide Rondoni, direttore della collana “La sabiana”. Il poeta, infatti, per mezzo di una continua accensione del fuoco metaforico, attizza la materia, la storia, la natura e l’esistenza: «Vedrai, / settembre brucerà le vesti. / Colui che viene sosta alle / fonti dove ardono i pesci». Il risultato comporta uno scenario sospeso tra descrizione oggettiva e esplosione fantastica in un intersecarsi di segni e di allusioni che dilatano il significato: «Ecco che il pesce vola e il rubino / del vento illumina il mattino ecco / il falco è partito dal mio braccio / per l’acqua che innamora». Ma queste non sono che tappe di un “celestiale appuntamento” dove tutto avrà compimento, perché apud Deum nihil vacuum nec sine signo: «con me si alza la preghiera / e il respiro del sangue trasuda / dalla lesa veste del corpo» (Giuliano Ladolfi).
Luigi Abiusi, Dei Comprimari Riflessi, Foggia, Sentieri Meridiani 2008
Come la luce, anche il riflesso indifferentemente si posa sulla bellezza e sulle brutture in una indistinzione che appiana le differenze: «La tragica canzone sgangherata di un organetto / nasce come dal vomito degli angoli». I versi di Luigi Abiusi inquadrano la realtà secondo uno schema-catalogo accostando situazioni. Ne deriva una poesia descrittiva, apparentemente impersonale, che sa cogliere elementi significativi del reale. La lirica dal titolo 19, infatti, nel descrivere «il bus [che) va a piazza Moro», parla di una che «sbatte lo sportello», di «un’altra zazzera di fronte, di «una carovana di vecchie / sdentate»; si sposta poi l’attenzione al «fuori», dove ci sono «case su case» e «i bambini sono tutti a scuola». In realtà, questa école du regard lascia trasparire una certa malinconia, che sorge dalla constatazione dalla profonda “solitudine” delle cose: ognuna di esse si trova colpita dall’assenza di connessione con il resto del mondo e da esso non riceve né ad esso dà senso (Giuliano Ladolfi).
Andrea Crostelli, Dentro oceano, Comune di Belvedere Ostrense 2008
Blu, rosso e ocra sono i colori prediletti dal pittore Andrea Crostelli. Mare, sole e vita sono i temi da lui affrontati come commento poetico ai suoi quadri: «Code di lucertola / o code di coccodrillo / lastricati immobili / d’energia solare, / spine accese / su quest’isola / che non ha conosciuto / un Robinson o un Venerdì / ma il mio dire solitario / a più riprese…». E proprio alla ricerca dell’isola perduta (che non c’è?) si lancia lo spirito inquieto («Io sono sempre altrove»), perché «l’ancora delle [sue] pazzie / [è] gettata in un universo senza suolo» (Giuliano Ladolfi).