Gabriele Rosati, Di-vagando, Spinea, Book 2008
Il titolo composto di due parti — un “di” con significato di separazione e un “vagando” che indica movimento — disegna gli scenari di una raccolta tesa tra un gorgoglio di parole che reciprocamente si richiamano, si scontrano, si dipanano, e una tensione morale di elevato livello. La prima “peregrinazione”, quindi, avviene nel mondo del linguaggio tra allitterazioni, endecasillabi, quinari, rime e ritmi: «… butto gli orologi / firmo un necrologio / me ne vado / in cerca di un rifugio / prendo il treno del tempo / prendo i pezzi / di carne che mi restano da quando / trepesto come schiavo / trenodici trapezi». La seconda, suggestionata dalla poesia classica e contemporanea, si inoltra nell’intimo dell’uomo, dove il mistero della sofferenza non trova che occhi interrogativi: «quando passerai davanti al campo / 168 di Auschwitz / e affonderai nella polvere tra corpi / rossi gonfi […] non soffermarti troppo a lungo passa / oltre quel lampo di terrore» (Giuliano Ladolfi).
Lino Molinario, Percezioni di finitezza, Novara. Zen 2008
Circa un mese fa mi telefona Lino Molinario per domandarmi un parere sulle sue ultime pubblicazioni. Risposi che ne avevo ricevuta soltanto una e che non avevo notizia della raccolta Percezioni di finitezza. «Gliela manderò quanto prima. Mi sembra di raggiunto un livello apprezzabile: descrive l’esperienza che ho vissuto durante il ricovero ospedaliero in una clinica milanese». Il poeta, nel chiarirmi la questione, mi fa venire le lacrime agli occhi.
Qualche giorno dopo giunge il libretto. Mi precipito a divorarlo, ma non mi sento di accostarmi immediatamente alla tastiera.
Germana Marini, Dal mio letto di dolore il Tuo nome annuncio, Siena, Cantagalli 2008
Germana Marini lascia la poesia per dedicarsi all’autobiografia, genere che, in questo caso, non celebra trionfi né descrive imprese storiche, ma parla dell’insorgere di una malattia che la inchioda al letto. E, come tutti gli esseri umani, si domanda il senso di tale esperienza, lotta, si dispera e, quando pensa di aver capito, s’avvede di essere entrata nel buio più cupo. Ma il dolore è una realtà universale e contro di essa tutte le ragioni umani si infrangono. E non basta chiudersi in una fatalistica accettazione, perché la nostra mente continua a porsi domande e la fede ad entrare in crisi.
La lettura del testo, che traccia le tappe di un percorso interiore parallelo alla manifestazione dell’infermità tra scoraggiamenti e ripresa, tra consolazioni ed abbandoni, tra debolezze e momenti di forza, necessita di continue pause di riflessione. Quanto descritto costringe il lettore ad uno sforzo di confronto, di giudizio, di giustificazione, di negazione, di rimozione, di consenso, di ampliamento di orizzonti. Nessuna discussione filosofica può mettere in crisi quanto l’esperienza vissuta, dove i modelli intellettuali spuntano le armi e la logica dimostra la propria impotenza. Eppure, nonostante la difficoltà dell’argomento, la Marini ha la capacità di prendere per mano il lettore e condurlo ai piedi del suo letto di dolore, anzi ai piedi della Croce, da dove Cristo regna in eterno.
Pat Boran, Il jukebox Castelcomer, Spinea, Book 2008
Si respira un’aria da romanzi ottocenteschi in questa raccolta di versi dell’irlandese Pat Boran, come indicano gli ingredienti della memoria, del racconto, della vicenda, degli spiriti. Questo permette al poeta di delineare il volto di un passato, che attraverso i ricordi personali, rimane confinato nei libri. Il Leitmotiv è il tempo, che nella mente assume il ritmo e il timbro di vecchie canzoni suonate da un jukebox, strumento “preistorico” per l’attuale gioventù digitale. E dal fondo di ogni rievocazione, che mai scade in sentimentalismi, nel lettore affiora una segreta malinconia, restia ad ogni tentativo di rimozione, la malinconia di sapere con certezza che quel mondo è definitivamente scomparso e con esso una parte della nostra esistenza (Giuliano Ladolfi).
Gustavo Aritto, La espiral de fuego. Siete palimpsestos del caos, Buenos Aires 2008
Confesso che non mi dispiace leggere poesie scritte in castigliano, perché amo la musicalità di una lingua che nell’alternanza di vocali e di consonanti pare creare una sinfonia di suoni. Gustavo Aritto, la cui famiglia è originaria di Bitonto (Bari), mi manda la sua ultima pubblicazione e si presenta come un poeta “antilirico”, narrativo e drammatico. Il primo elemento, che comunica la lettura, è una carica espressiva che attraverso il gorgo della metafora, della ripetizione, delle esclamazioni, delle allitterazioni crea un’atmosfera carica di pathos. Del resto, il titolo stesso ne è eloquente testimonianza: l’oscillazione tra il “fuoco” e il “caos” tendono a risolversi in una situazione sincretica, in cui si perpetua la vita dal Big Bang ai nostri giorni. L’orizzonte, pertanto, non è limitato né alla dimensione personale né a quella oggettuale e descrittivistica, propria di troppa poesia italiana. Lo stile non è estraneo ad aspetti “barocchi”, concetto da intendersi nel senso positivo del termine e cioè come strumento rappresentativo di una realtà variabile, in evoluzione, in un perpetuo farsi e disfarsi come l’esistenza. Come il poeta platonico, Aritto compone sotto l’impulso dell’enthysiasmós, a causa del quale la produzione poetica s’infiamma e nel suo accendersi muta la propria natura e si fa alimento di immagini e di significato; allora il poeta diventa “profeta” e la sua parola, come quella di Davide Brullo, si fa possibilità di realtà: «Era una conchiglia al fondo all’abisso marino. / Mai comprese perché un mattino si svegliò sulla vetta del monte. / Nessuno la avvisò del diluvio» (Giuliano Ladolfi).
Vincenzo Loriga, Non sentirò mai più Scarlatti, Ro Ferrarese, Book 2008
«Silenzio, voglio sparire, / ma senza spostarmi di qui. / Non voglio, dico, che un muscolo / tradisca i miei veri sentimenti» recita la quarta di copertina in aperto contrario con la poesia, negatrice del silenzio e donna perfida, incapace di custodire i segreti dei veri sentimenti. Ma Loriga conosce troppo bene le dinamiche psichiche per cadere nel tranello della rimozione, anzi fa di esse veicolo di costruzione simboliche che affiorano qua e là nella raccolta e soprattutto nella sezione Miti e forme con poesie che parlano di Narciso, Drasas, don Giovanni e Edipo. Il gruppo di liriche fa da cerniera tra due sezioni che precedono (Diario 1 e Diario 2) e due seguenti (Idillio 1 e Idillio 2), in cui prevale il tono intimistico e sentimentale, insaporito talora da arguzia e ironia: «È liquido il tuo grembo, Maddalena. / L’amor carnale non ti tange più. / È l’amore infinito un fiume in piena. / In silenzio vuoi scrivere sull’acqua. / Incredulo di guarda Belzebù» (Giuliano Ladolfi).
Mario Novarini, Gli occhi della materia, Ro Ferrarese, Book 2008
Quadretti per lo più naturalistici, talvolta tratteggiati, talvolta delineati, compongono l’ultima raccolta di Mario Novarini. Non possiamo, tuttavia, definire il suo stile né bozzettistico né descrittivistico, per il fatto che l’autore lascia intravedere un significato superiore: ne è spia il titolo delle composizioni di carattere esistenziale (Vanità delle vanità), culturale (Futurismo), mitologico (Icaro), glottologico (Lineare B), filosofico (Res estensa) ecc. Il poeta ci invita a squarciare il velo di Maya e ad entrare nell’universo di senso dove nihil est sine signo. Inizia così una partita a due tra autore e lettore, in cui il primo fornisce indizi che il secondo prova diletto a decifrare «Il tarlo che mandibolare s’impegna / e metodico adempie l’opera sua / non ha contezza d’altro / che del suo ligneo universo / e non si cura di perforare / un tavolaccio qualsiasi / o la Maestà / di Duccio da Bonsinsegna» (Giuliano Ladolfi).