Carlo D’Urso, Vincent Willem van Gogh. Gli ultimi anni 1875-1890. Il sangue e il grano, Roma, Bardi 2008
Il testo presenta una struttura ben definita: sotto la spinta di un’opera di van Gogh, Carlo D’Urso rievoca squarci di vita attraverso brani di lettere al fratello Theo per concludere con una riflessione di carattere artistico. Lo studioso nella prefazione delinea con chiarezza il suo intento: «Il singolare modo nel quale tento di inquadrare e raccontare la vita di questo folle fiore di una bizzarra primavera, è il risultato della mia sconfinata passione verso coloro i quali tentano in tutti i modi di eccedere le forme. Ho cercato di rendere il più possibile poetico il lamento e la fatica estetica del pittore, attraverso una scrittura il più possibile viscerale e altera». E proprio bruciato dalla passione per l’arte, D’Urso presenta l’Autoritratto del 1889, I Mangiatori di patate (1880-1886), La casa gialla (1888), Autoritratto con orecchio bendato (1889) e Campo di grano con corvi (1990). La profonda infelicità che trasuda dalle lettere e dalle opere del grande pittore è il prezzo che ha dovuto pagare per raggiungere l’immortalità (Giuliano Ladolfi).
I tascabili Bompiani esibiscono nelle libreria un nuovo lavoro di Roberto Carnero, docente di letteratura italiana all’Università Statale di Milano e di Vercelli e docente di Lettere al Liceo Scientifico “Antonelli” di Novara, dal titolo Verso la cuna del mondo. Lettere dall’India. Il volumetto ripropone un classico del Novecento, pubblicato nel 1917 da Guido Gozzano, il quale tra il febbraio e l’aprile del 1912 compì un viaggio in Oriente per visitare la città di Bombay e l’isola di Ceylon (oggi Sri Lanka).
La vicenda sotto il profilo narratologico assume centralità nella breve vita dello scrittore torinese: il viaggio, motivato dal desiderio di guarire dalla tubercolosi, si trasforma in un «fatto cruciale su cui si catalizzano le sue rappresentazioni dell’Oriente, prima in prospettiva e in attesa, e poi, con il ricordo e la trasfigurazione letteraria» e, sotto il profilo letterario ed esistenziale, si presenta come la realizzazione di una vera e propria fuga dalla realtà condizionata dalla prospettiva della morte e dalla frustrazione dei sogni di letterato. Per questo motivo l’India assume ai suoi occhi la contrastante valenza, riscontrabile nella produzione poetica, di sogno e «di delusione, di attrazione e di rifiuto, di richiamo e di scacco».
Se non abbiamo più nulla da dirci...
Le riviste abbondano — e «Atelier» non ne è esente — di inchieste sull’intellettuale, sulla critica, sulla produzione giovanile e di dotti studi su questo o su quel particolare argomento; si presenta il tale e il tal altro autore, si comparano opere di letterature differenti, ma si avverte un’aridità di fondo, una difficoltà a produrre idee consone ai problemi attuali: la ristrettezza di orizzonti è palpabile.
Moltissimi interventi si limitano all’applicazione di uno “schema-stampino” all’infinita varietà del fenomeno letterario passato e presente, con il risultato di limitare gli spazi delle biblioteche, di decorare lo studio dell’autore e di propinare corsi universitari a studenti desiderosi di ripetere le “gesta” dei luminari. È possibile calcolare il numero di applicazioni che la critica crociana, marxista, formalista e strutturalista ha prodotto? Lo schema jakobsoniano della comunicazione ha imperato e impera non soltanto nelle antologie scolastiche, ma soprattutto negli elaborati dei dottorandi e nelle pubblicazioni delle maggiori case editrici.
Mariagrazia Carraroli, Mai più, Firenze, Florence Art 2008
Vincitore del premio speciale “LericiPea” “Poesia per la pace 2008, corredato da fotolaborazioni di Luciano Ricci, la raccolta di Mariagrazia Carraroli tratta dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, perpetrato dai nazisti nel 1944. 560 persone, in gran parte anziani, donne e bambini, caddero sotto i colpi degli uomini della XVI Divisione delle Waffen SS. Ora la poetessa, ripetendo il grido di Paolo VI e di Giovanni Paolo II, eleva un inno di pace nel luogo stesso dell’eccidio: «questo poemetto è nato sull’onda del nuovo organo, dono alla chiesa […] da parte di due musicisti tedeschi, che lì hanno suonato per la prima volta con la voce del ricordo e della pace» (Franco Manescalchi). E sotto l’onda della commozione «il tumulto del cuore si è trasformato in un canto piano e dolente, come un lamento trattenuto, ma non per questo meno incisivo e bruciante della protesta o della ribellione morale. […] Dopo tutto, perfino di fronte a questa pagina mostruosa e incancellabile della storia, Mariagrazia Carraroli sa che la poesia continua ad essere la luce della vita, come affermava Shelley, poiché essa è la fonte di ciò che di vero e di generoso si può ancora trovare “in un tempo corrotto”. Anche nel tempo corrotto della barbarie nazista» (Carmelo Mezzasalma). Fernanda Caprilli nella postfazione definisce questo testo come un vero e proprio “luogo della memoria”, perché ogni lettore, rievocando il passato, possa ricordare che la storia non è magistra vitae e che gli orrori possono sempre ritornare (Giuliano Ladolfi).
12 Agosto 1944
A mille versano lacrime
le stelle
spegnendosi ad una ad una
per non vedere.
Gli occhi questa notte
sono torrenti in secca
bruciano dello stesso fuoco
delle case
dello stesso terrore.
Non più voci né suoni
In Sant’Anna di Stazzema
il vento soltanto
miete a mannelli le parole
dei testimoni.
Imperia Tognacci, Il prigioniero di Ushuaia, Spring, Caserta 2008
Vincitrice del premio “Penisola Sorrentina”Arturo Esposito 13° edizione, l’ultima raccolta di poesie di Imperia Tognacci «dà voce ad un prigioniero argentino che sogna la libertà e la realtà che gli ruota attorno con un pathos ed un lirismo soffuso» (Mario Esposito). La poetessa si inoltra nelle pieghe del dolore, della frustrazione e del sogno non con un disposizione descrittiva, ma con l’intento di scoprire la radice dell’angoscia di una vita strozzata: «Lo avverti il morire sottile / di ogni cosa e nel cuore della notte, / sotterraneo emissario, pallido, / muoversi il giorno che verrà?». E nel carcere, dove il ritmo del tempo scandisce la monotonia della ripetitività, dove l’uomo perde la possibilità di determinazione, dove si sperimenta la condizione di essere in balia di oscure volontà, ogni sussulto, ogni movimento, ogni variazione del ciclo giornaliero assume il significato della libertà: «Nel flusso vivo l’essenza muta / di ciò che è stato in ogni cosa / si fonde e si mescola all’olio / della mia lampada accesa. / Uccelli s’alzano in volo, disegnano / una macchia nera sullo stremato sole». Solo l’immensità del cielo riesce a squarciare il grigiore della disperazione: «Luminosa Croce, piantata un giorno / sul colle d’ombra, di speranza / c’inondi sul quadrante infinito / di un tempo che tutto comprende» (Giuliano Ladolfi).
Davide Carpana, Pensai d’arte, Patti, Kimerik 2008
Registro stilistico elevato, metafore ardite, dettato immaginifico e canoro, associazione fra tradizione e informatica, verso lungo, aggettivazione lucida e saporosa delineano i caratteri della pubblicazione del giovane Davide Carpana: «Da che bora incalza e scirocco stempia / per troppo tempo la cetra fu silente, / Musa, è un obolo quello che tu cerchi?». Il linguaggio della contemporanea tecnologia viene assunto quale nuovo universo mitologico: «“Nuovamente alzato a random nel cuore della notte / percorrendo l’uragano che racchiudi nel ventre / per cercar di decifrare le nostre equazioni». La tensione retorica si pone come visione del mondo, condotta allo stremo da una società che ha ridotto l’«Uomo» ad essere «prossimofobico» e «vacuopensante»: al poeta non resta che «aprir la bocca per urlare o vomitare» (Giuliano Ladolfi).
Antonio Carollo, La voce di una sera, Porretta Terme, I Quaderni del Battello Ebbro 2008
Antonio Carollo fa cantare la natura: le sue composizioni respirano l’atmosfera delle stagioni e dei paesaggi; il ritmo dei suoi versi ricalca il fluire del tempo e la sfumatura del linguaggio la dialettica sole / ombra. Ma dietro allo spettacolo fenomenico arde una visione improntata alla saggezza, ai valori, alla famiglia al punto che la poesia si trasforma spesso in un privilegiato dialogo tra il poeta con se stesso, con i propri cari, con la realtà e con Dio (Giuliano Ladolfi).
La sera
a lume muto
scopri la pietra gravida di sole
col suo alone tremulo
che svaria
nell’aria inquieta
presa dal suo fuoco.
Palma di mano foglia della mente
quant’è lontano il fabbro dalle cose
eppur dentro
alle radici del nascere dei mondi.