Liberi dalla frenesia del presente
Per una rivista, e specialmente per una come la nostra, che vive di volontariato ai margini del sistema economico e fa della militanza e dall’autodisciplina l’unico possibile punto di forza per guadagnarsi un respiro non claustrofobico, autoreferenziale, ma anzi più vasto, perché più libero, delle stesse pachidermiche mummie che galleggiano all’orizzonte e occupano il campo visivo opponendosi a qualsiasi punto di fuga, a qualsiasi varco veramente fantasioso e creativo, passare il capo del cinquantesimo numero è stato un episodio quasi eroico. Ma, più che appesantirci di vanità dando fiato all’epica personale, preferiamo, in questo ennesimo momento di svolta, riprogettarci, in modo da alleggerirci e sgattaiolare fra i transatlantici con impertinente destrezza.
Sfida al Poeta Giovane
di Marco Merlin.
Caro Poeta Giovane, abbiamo recentemente ammirato la tua sagoma svettante e stilizzata sulla copertina di una delle più prestigiose e imbalsamate riviste italiane di letteratura, per questo abbiamo deciso di rinunciare a dedicarti espressamente questo numero di «Atelier». Un anno fa, infatti, ci eravamo detti che sarebbe stato bello restare ancora un poco sull’onda della giovinezza, richiamando nuova energia e slancio ideale, ben lieti dell’attrito che avrebbe levigato le nostra ginocchia di poeti ormai non più ventenni. Ci eravamo messi a leggere libri, a stilare elenchi, a discutere nomi, a passarci testi, a confrontare giudizi, per arrivare infine a offrire ascolto, a chiedere ragione, a rilanciare provocazioni, nella solita convinzione che la letteratura non sia mai una sfida privata, anche quando mette radici nell’isolamento e nella distanza fisica più evidenti, essendo la parola, per sua natura, la smentita di un io assoluto. Devo però confessarti che sono, in definitiva, contento che sia andata così. In questo modo, infatti, abbiamo evitato di far slittare la questione sul solito, tedioso piano della competizione letteraria, su cui è comodo per molti pattinare, dal momento che a questi è concessa la cabina di comando e il piedistallo della giuria, e quindi evitano di mettersi realmente in gioco.
A cura di Mario Fresa
Marco Amendolara, poeta, saggista, traduttore, curatore di riviste e di collane editoriali, è venuto improvvisamente a mancare il 16 luglio scorso, a 39 anni.
Ha lasciato un’eredità poetica di notevole forza, sempre immersa in un’atmosfera di ansiosa, mercuriale instabilità.
Una poesia capace di leggere con crudele esattezza l’imponderabile mostrarsi degli eventi, sospinta, di continuo, da una tragica ambivalenza, in cui gareggiano e si alternano la voglia e l’abbandono, il desiderio e il buio, l’appagamento e l’ansia.
Duplice e imprendibile, attraversato di continuo da oblique visioni, il lavoro di questo poeta , così peculiare con la sua alta e nervosa ciclotimia espressiva, offre al lettore il dono di una danza sospesa, che inizia leggera e che infine, a poco a poco, si rivela tortuosa e spietata, gonfia ancora di domande irrisolte, di richieste inascoltate.
Propongo, di seguito, una breve antologia di suoi inediti, scritti fra 2005 e il 2007.
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Lo sguardo, due coltelli, luce in buio.
Coincidi veramente con il tuo corpo,
o sei altro, sei in altro,
e non lo sai?