Ecco la terza parte dell’introduzione a Poeti nel limbo.
ATTRAVERSANDO LA SELVA OSCURA (parte 3a)
Una generazione di mezzo
In queste pagine sono stati presi in considerazione, a parte rare eccezioni, poeti nati fra il 1952 e il 1965. Si tratta di estremi anagrafici non assoluti che si sono determinati cammin facendo, nell’intenzione di compattare il più possibile, ma in modo sensato, il campo d’azione.
Non so se gli autori inclusi appartengano ad una generazione definibile, nonostante la relativa ristrettezza dell’arco cronologico individuato. È certo però che si tratta di poeti in qualche modo interposti fra due fronti riconoscibili: quella che Raboni ha rubricato sotto la formula di «generazione del ’68» e quella degli autori nati negli anni Settanta, emersa perentoriamente attraverso una sequenza inusitata di pubblicazioni e di manifestazioni varie.
Da Primo Levi, La tregua, Einaudi, Torino 1989
Hurbinek era un nulla, un figlio della morte, un figlio di Auschwitz. Dimostrava tre anni circa, nessuno sapeva niente di lui, non sapeva parlare e non aveva nome: quel curioso nome, Hurbinek, gli era stato assegnato da noi, forse da una delle donne, che aveva interpretato con quelle sillabe una delle voci inarticolate che il piccolo ogni tanto emetteva. Era paralizzato dalle reni in giú, ed aveva le gambe atrofiche, sottili come stecchi; ma i suoi occhi, persi nel viso triangolare e smunto, saettavano terribilmente vivi, pieni di richiesta, di asserzione, della volontà di scatenarsi, di rompere la tomba del mutismo. La parola che gli mancava, che nessuno si era curato di insegnargli, il bisogno della parola, premeva nel suo sguardo con urgenza esplosiva: era uno sguardo selvaggio e umano ad un tempo, anzi maturo e giudice, che nessuno fra noi sapeva sostenere, tanto era carico di forza e di pena. Nessuno, salvo Henek: era il mio vicino di letto, un robusto e florido ragazzo ungherese di quindici anni. Henek passava accanto alla cuccia di Hurbinek metà delle sue giornate. Era materno piú che paterno: è assai probabile che, se quella nostra precaria convivenza si fosse protratta al di là di un mese, da Henek Hurbinek avrebbe imparato a parlare; certo meglio che dalle ragazze polacche, troppo tenere e troppo vane, che lo ubriacavano di carezze e di baci, ma fuggivano la sua intimità. Henek invece, tranquillo e testardo, sedeva accanto alla piccola sfinge, immune alla potenza triste che ne emanava; gli portava da mangiare, gli rassettava le coperte, lo ripuliva con mani abili, prive di ripugnanza; e gli parlava, naturalmente in ungherese, con voce lenta e paziente. Dopo una settimana, Henek annunciò con serietà, ma senza ombra di presunzione, che Hurbinek «diceva una parola». Quale parola? Non sapeva, una parola difficile, non ungherese: qualcosa come «mass-klo», «matisklo». Nella notte tendemmo l’orecchio: era vero, dall’angolo di Hurbinek veniva ogni tanto un suono, una parola. Non sempre esattamente la stessa, per verità, ma era certamente una parola articolata. O meglio, parole articolate leggermente diverse, variazioni sperimentali attorno a un tema, a una radice, forse a un nome.
Atelier Collana Menard a cura di Federico Italiano
n. 2
L’opera di Johanna Venho, una delle voci più vigorose della poesia finlandese contemporanea, conferma la tesi (espressa già nell’antologia Quando il sole è fissato con i chiodi, Asefi-Hebenon, 2002) che gli Anni Novanta del XX secolo possono essere considerati come un’altra “età dell’oro” per la poesia in lingua. Gli sviluppi più recenti indicano, inoltre, che sotto questa denominazione è possibile includere anche il primo decennio di questo secolo, per il fatto che l’impetuosa evoluzione della poesia finlandese continua tuttora e la nuova generazione di poeti sicuramente non rimane nell’ombra di quella precedente, come se la (relativamente giovane) poesia finlandese facesse sentire la sua eco ad intervalli di circa mezzo secolo.
Pubblicato su «Incroci», 15, luglio-dicembre 2007, pp. 85-92
La poesia consuma la critica
Sarà bene a questo punto precisare che il mio intento non è affatto deridere, in alcun modo, Cortellessa, che ritengo davvero uno dei nostri critici più intelligenti: firmo anzi seduta stante una sottoscrizione di stima e di gratitudine per qualsiasi valutazione, positiva o negativa, vorrà eventualmente avanzare nei confronti di un qualunque mio scritto – la vera e più terribile arma di giudizio che possiede la critica è infatti l’omertà, la condanna all’oblio, il non riconoscimento d’esistenza (ah, ecco la violenta, e inarrestabile, spirale che si agita in fondo alla guerra delle antologie!).
Da Giuliano Ladolfi, Filologia, critica e antropologia letteraria, pubblicato sul n. 5 di “Atelier”, Borgomanero, marzo 1997.
4. L’interpretazione
A questo punto è indispensabile fissare l’attenzione sul problema dell’interpretazione, elemento indispensabile ogni tipo di azione intellettuale che si proponga rintracciare un struttura di senso.
Perché l’intero discorso assuma una convincente coerenza logica, è indispensabile che si chiuda l’arco significativo di cui parla Ricoeur. Si tratta di un'operazione distinta in tre fasi: il primo momento si attua nella conoscenza del testo e di tutta quella serie di nozioni che rientrano nel primo livello; nel secondo momento si formula l'ipotesi di interpretazione; nel terzo si opera un vero e proprio experimentum crucis e cioè ci si pone alla ricerca di puntuali e precise corrispondenze esterne in altri settori culturali ed interni mediante la verifica sul testo da cui si è partiti. Se l'operazione produce risultati positivi, si è chiuso l'arco significativo e l'ipotesi è dotata di senso.
Pubblicato su «Incroci», 15, luglio-dicembre 2007, pp. 85-92
La critica non ha senso
Quasi tutti i poeti credono di credere alla poesia. Accettano il gioco sociale e si mettono in fila, in coda a tutti gli schieramenti, sotto la bandiera che li mantiene riconoscibili nel reame della letteratura. La poesia (la somma di quelle pratiche che noi uniformiamo con questo termine) è in realtà la radice prima della letteratura: ciò che di essa sta al di qua del limite concettuale. Non c’è bisogno di dimostrarlo, è un dato storico, che qui non si vuole sovraccaricare di alcun misticismo. Già, ma la tradizione che i poeti si prefigurano? Non abbiamo ancora risposto a questa domanda. Se il critico commette un arbitrio nel disegnare le sue genealogie poetiche, più o meno dettagliate, perché ciò non dovrebbe rappresentare un atto illecito per il poeta? In effetti, la tradizione che quest’ultimo si configura attorno a sé è propriamente illegittima, pretestuosa, illogica.
Da Giuliano Ladolfi, Filologia, critica e antropologia letteraria, pubblicato sul n. 5 di “Atelier”, Borgomanero, marzo 1997.
3. Le fasi della ricerca.
I tre momenti presentano obiettivi diversi, ma convergenti.
a) In ogni caso il primo passo della critica letteraria prevede la comprensione di un testo, di un quadro, di una scultura, di un film, di ogni prodotto dell’arte secondo prospettive filologiche, formali, linguistiche, strutturali attinenti all’oggetto in esame. Ogni ipotesi di valutazione che prescinde da questa fase diventa pretesto di discorsi estranei al fenomeno letterario. In questa fase si richiede l’adozione di tutti i metodi più scaltriti offerti dalle scienze e dalla tecnologia, dagli studi comparatistici ed antiquari, se è necessario.